La mia seconda stagione alla Pergola si apre sotto cattivi auspici: incatenata a letto da una settimana per colpa della sesta malattia non ero sicura di poter andare a vedere il primo spettacolo ormai già prenotato. Armata di incoscienza e curiosità, combattendo a singolar tenzone contro la stanchezza, arrivo a teatro giusto in tempo per prendere il volantino della serata e lasciare il cappotto al guardaroba. Una volta trovati i posti io e mia sorella ci sediamo e aspettiamo l’inizio, con la speranza di non cadere vittima di un attacco di tosse – o peggio di sonnolenza – dovuto alla mia influenza.
Giocando con l’Orlando inizia col regista che parla a noi con le luci ancora accese, è la prima nazionale e la tensione nell’aria si avverte, ma subito si crea una simbiosi: il contatto con il pubblico è diretto e intenso, caratteristica necessaria per instaurare un dialogo in rima. Dunque quest’anno si ha una presenza maschile accanto ad Accorsi, anziché l’attrice francese, pure la scenografia è cambiata: parallelepipedi di legno scuro creano palchi e scalini, dividono lo spazio in scene diverse, quasi dovessimo tornare nelle piazze italiane per assistere ad una sacra rappresentazione.
Colpisce ovviamente il recitare, che lento si trasforma da chiacchierata intima tra gli spettatori ed il regista in conversare rimato e ritmato dai tempi dell’Ariosto, si perché i nostri attori Accorsi e Baliani riprendono la storia dell’Orlando Furioso e ce la narrano in versi, con tutta l’atmosfera catartica che ciò comporta. Improvvisamente si illumina il palco per intero e vediamo dei cavalli sul fondo piantati in terra con robusti pali alti almeno due metri e mezzo, a chiudere la scena, sono colorati, imbizzarriti, in movimento: e così abbiamo la nostra giostra.
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